Consapevolezza dell’Inganno del Controllo e la Paura dell’Intimità: Dall’Evitamento del Contatto all’intimita della Presenza Relazionale

Consapevolezza dell’Inganno del Controllo e la Paura dell’Intimità: Dall’Evitamento del Contatto all’intimita della Presenza Relazionale

Chi vive una forte sofferenza emotiva o una paura dell’intimità può tendere a difendersi in modo rigido, alimentando pensieri ruminanti che fiscono di accrescere la paura del contatto con l’altro. Cerca spesso una soluzione mentale al proprio disagio. Cerca allora una soluzione mentale al proprio disagio: una tecnica, un esercizio o un metodo capace di “aggiustare” la mente, quasi fosse un meccanismo difettoso o bastasse una singola regola.

La mente, però, non è una macchina da riparare sostituendo una frizione bruciata, così come la paura dell’intimità non è dovuta ad una rotella mancante. La consapevolezza è una meravigliosa e misteriosa funzione che invece aiuta a smontare l’inganno del pensare distratto alimento della “rimuginazione ” e contiene in sé il senso di essere e l’intelligenza attraverso cui riconosciamo ciò che accade nei nostri pensieri. È nella consapevolezza che pensieri, emozioni, impulsi, paure e altri movimenti psichici emergono e possono essere riconosciuti per ciò che sono e possono progressivamente perdere la capacità di trascinarci automaticamente nella ruminazione che rinforza la paura dell’intimità.

Non possiamo, però, trasformare la consapevolezza in un altro strumento con cui controllare noi stessi. Anche le tecniche più efficaci possono infatti incontrare il limite dell’artificiosità, soprattutto quando producono il disaggio di stare recitando una parte o alimentano la paura di mostrare la propria fragilità o di indossare una maschera.

La funzione “geografica” dell’io e il dramma pirandelliano

Per comprendere la nascita del sintomo occorre tornare all’origine. Da bambini, esposti allo sguardo e al giudizio dell’adulto, abbiamo sperimentato la vulnerabilità di non sentirci abbastanza. Per difenderci da quella fragilità, abbiamo iniziato a tracciare un recinto e a costruire un personaggio sulla base di confini e conflitti già delineati dai genitori. L’io, si potrebbe dire il personaggio, ha una funzione “geografica”: abbiamo bisogno del limite, di un microcosmo, per non perderci nell’immensità dell’esistere. E i confini di questo microcosmo vengono spesso appresi dai genitori e dai familiari più prossimi.

Quel fragile fantoccio, che è stato la prima e fondamentale difesa contro la vertigine dell’esistenza, nell’età adulta può trasformarsi nella sua stessa prigione.

La maschera è la grande intuizione che attraversa l’opera di Pirandello. Il drammaturgo siciliano, mostra la frantumazione dell’identità nei molteplici riflessi degli sguardi altrui. In una lettura psicologica, il timore di perdere un’identità stabile può allora spingere ad aggrapparsi alla maschera che offre maggiore sicurezza, spesso costruita a partire dal passato familiare.

Paura dell’intimità: l’illusione della ricerca e la fuga dalla relazione

Dall’altra parte ripetere sempre gli stessi comportamenti nelle relazione può dare la sensazione di essere perseguitati da uno strano destino: passare da un partner all’altro senza trovare mai l’uomo o la donna giusta, meglio se idealizzati, e proprio per questo non riuscire ad avviare o costruire una relazione stabile e duratura.

È il caso, ad esempio, di “Raffaele”, che da anni cerca una compagna senza riuscire a fidanzarsi e vive nell’illusione della ricerca: più si muove nelle relazioni, comitive feste, alla fine arriverà il partner desiderato, ma il suo attivismo è solo una fuga dalla relazione. Conosce molte donne, organizza feste, gite e occasioni di incontro, apprezzatissimo per la sua “bonta”. L’uomo allo stesso tempo si mantiene accuratamente lontano da qualsiasi forma di vera intimità. Così la ricerca continua all’infinito, ma per uno strano fato, non arrivarà mai a un incontro capace di trasformarsi in una relazione.

A volte il desiderio d’amore finisce così per trasformarsi nella convinzione che una relazione sia quasi impossibile da raggiungere o peggio di essere sfigati. Raffaele non è semplicemente sfortunato, non riconosce ancora quanto è spaventato dal contatto intimo, Per questo, ogni volta che la persona desiderata non lo sceglie o trova qualcun altro, quella delusione può essere vissuta come la dimostrazione di “non essere abbastanza”: abbastanza interessante, bello, simpatico, desiderabile o importante.

In questi casi, il bisogno di essere scelti non riguarda più soltanto il desiderio di costruire una relazione. Diventa tutt’altro una prova del proprio valore personale e una conferma della proprio attrattività. Ogni rifiuto sembra confermare l’idea di essere inadeguati, indesiderabili, incompleti o insufficienti come essere umano. Si finisce così per diventare prigionieri di un’immagine negativa di sé: la convinzione profonda di essere, in qualche modo, “non OK”. Questa posizione alla fine diventa un comodo alibi che consente di evitate il rischio di intimità e, nello stesso tempo, di confermare la propria convinzione di essere “non okay”

Quando questo accade, l’amore smette di essere un incontro sentimentale tra due persone e diventa una prova della propria capacità di attrarre, affascinare e sentirsi degni di essere scelti. La solitudine può allora essere vissuta come la conferma di un destino sfortunato, quasi fosse una condanna inevitabile.

Con il passare degli anni, soprattutto quando le relazioni desiderate non arrivano e la solitudine continua, questa convinzione può diventare sempre più dolorosa e difficile da sostenere. Ed è proprio qui che può nascere un paradosso: mentre si continua a cercare disperatamente l’amore, si sviluppa anche una fuga dall’intimità, perché ogni relazione reale espone al rischio di essere rifiutati, delusi o scoperti nella propria fragilità.

La radice nell’infanzia: il vestito in vetrina

La svolta inizia quando si comprende che l’altro, spesso, c’entra solo in parte. Le difficoltà affettive possono avere origini molto più antiche, con radici nell’infanzia, le relazioni disfunzionali tra le figure genitoriali, il loro modo di comunicare e i comportamenti osservati in famiglia possono aver contribuito alla formazione di blocchi e inibizioni nella sfera affettiva.

La conseguenze di relazioni disfunzionali sono che la relazione amorosa può apparire desiderabile ma, allo stesso tempo, spaventosa, impossibile, fondalmente irraggiungibile. una possibile conseguenza di queste esperienze è che la relazione amorosa possa apparire desiderabile ma, allo stesso tempo, spaventosa, impossibile, fondamentalmente irraggiungibile. È un po’ come guardare il vestito in vetrina, desiderarlo, bloccarsi, senza provare neanche a comprarlo o a provarci con poca convinzione: perché non si può entrare nel negozio, perché si pensa di non poterselo permettere o perché, nell’indecisione, qualcun altro lo ha acquistato prima.

Tornando al nostro esempio, Raffaele è un impiegato diligente, ordinato e dotato di buone capacità relazionali. È l’unico dei suoi fratelli ad avere un ruolo ordinario in un’azienda privata, mentre gli altri hanno raggiunto posizioni manageriali di alto livello.

Raffaele racconta di essere nato con l’uso del forcipe e che, secondo quanto gli è stato riferito, una manovra errata durante il parto avrebbe provocato la comparsa di un angioma cerebrale. Dopo le cure, il problema si sarebbe progressivamente ridotto fino a scomparire.

Per anni, tuttavia, la madre e il padre avrebbero riversato su di lui molte delle loro ansie legate alla sua salute. Pur essendo completamente guarito dall’angioma, Raffaele sembra aver interiorizzato quel clima di continua attenzione e preoccupazione. Oggi tende infatti a sentirsi facilmente invaso quando percepisce un avvicinamento troppo intenso o una forma di intimità eccessiva, e finisce per interrompere il contatto attraverso un meccanismo automatico, come se alla sua guida ci fosse un pilota automatico.

Non Cercarle la chiave fuori l’uscio di casa solo perchè c’è la luce, e ma cerca nella stanza buia dove si è effetivamente persa

Dopo una serie di sedute di psicoterapia diventa importante comprendere che cercare in feste, incontri mondani non serve a trovare un parter, ma la ricerca è quasi inutile, si trova se si è maturato internamento un tale stadio di tranquilità si Dopo una serie di sedute di psicoterapia appare possibile l’origine familiare della difficoltà del contatto, ci si assume la responsabilità della alimentazione di pensieri disfunzionali, che determinano le risposte inadeguata al bisogno e alla sua soddisfazione, e si procede evidenziando diversi metodi in grado di interrompere il processo di rimuginazione in atto. Particolarmente con metodi atti a recuperare consapevolezza dei propri processi attivi che escono dall’area di consapevolezza, colloqui, la cosidetta sedia bollente, meditazione, respirazione, e per chi può esercizi di yoga, che si uniscono alla educazione alla riconoscimento di tutti quei convenzione sociali che tendono ad alimentare tensioni, cattive abitudini, erronee convinzioni disattese dai fatti.

Dal Contatto Irrealizzabile al Continuum di Consapevolezza

L’altro smette allora di apparire inaccessibile, perché ci si accorge che quel meccanismo difensivo e quell’artificiosità non sono più necessari. Soprattutto, si scopre che possono allentarsi da soli, proprio come un serpente che scioglie naturalmente le proprie spire. Con il tempo, i pensieri automatici che alimentano il meccanismo distanziante perdono forza e lasciano sempre più spazio a una consapevolezza intuitiva, vera fonte di una liberazione spontanea

Quando non è più necessario usare la relazione solo per confermare il proprio valore come uomo o come donna, ma per conoscersi in profondità. Allora si può entrare in contatto con l’altro in modo più semplice, naturale e consapevole.

Si apre così la porta alla spontaneità, all’intimità e al confronto. Diventa possibile affrontare anche le inevitabili difficoltà di una relazione senza vivere ogni avvicinamento come una minaccia o un’invasione, ma come occasione di crescita.

Riprendendo l’immagine precedente, si scopre che la porta del negozio non è mai stata murata, ma impedita dal rinforzamento di pensieri disfunzionali. Non occorre ricorrere a strategie artificiali per superare un blocco che appartiene al passato. Si può finalmente entrare in relazione osservando e sciogliendo la rimuginazione mentale. Una mente libera è più spontanee e inclusiva. L’amore è essenzialmente inclusione.

In questo modo si diventa anche più accessibili all’altro, senza restare chiusi come una torre che permette soltanto visite brevi e occasionali, ma non una vera presenza.

La svolta clinica non passa dall’ennesimo tentativo di trovare una compagna, ma dal riconoscere che l’allarme che oggi si attiva di fronte all’amore può essere l’eco delle ansie vissute in famiglia e interiorizzate nel tempo.

La soluzione non consiste nel combattere quei pensieri, ma nel riconoscerli attraverso la consapevolezza. Raffaele impara così a osservare le ruminazioni mentali, quei continui rimugini che alimentano l’ansia e si frappongono a una risposta più intuitiva e spontanea. Quando quei pensieri vengono riconosciuti per ciò che sono, il meccanismo difensivo inceppato perde progressivamente forza e anche l’ansia può ridursi.

Questo processo viene sostenuto attraverso colloqui, meditazione, respirazione, tecniche di rilassamento profondo ed esercizi di yoga. Ma è importante anche spostare l’attenzione dal problema e tornare alla vita concreta: passeggiare, telefonare, coltivare relazioni amicali, restare presenti durante il lavoro e praticare, nel resto della giornata, un vero e proprio “continuum di consapevolezza”.

Attraverso la riduzione della tensione, Raffaele può riscoprire una condizione più spontanea e rilassata. Corpo e mente iniziano così a emanciparsi da quella sensazione di assedio che per anni ha alimentato il bisogno di difendersi.

La torre può allora smettere di essere una fortezza inaccessibile. E il vestito in vetrina — la possibilità di vivere un’intimità autentica senza la paura di sparire o di essere invaso — può finalmente essere indossato, per poi essere abbandonato nella spontaneità dell’essere se stesso.

Bibliografia Essenziale

  • Dalai Lama, Goleman, D., Emozioni distruttive, Oscar mondando, Milano.
  • Ferrara, A., Note sulla clinica e la Gestalt.
  • Goleman, D., Intelligenza emotiva, Corriere della Sera, Milano.
  • Goleman, D., La forza della meditazione, Rizzoli, Milano.
  • Molino, A. (a cura di), Psicoanalisi e buddismo, Raffaello Cortina Editore, Milano.
  • Namkhai Norbu, Lo specchio. Un consiglio sulla presenza e la consapevolezza, Edizioni Shang Shung, Arcidosso (GR).
  • Namkhai Norbu, Dzog Chen. Lo stato di autoperfezione, Astrolabio – Ubaldini Editore, Roma.
  • Nisargadatta Maharaj, Alla sorgente dell’essere, Il Saggiatore, Milano.
  • Nisargadatta Maharaj, Io sono Quello, Astrolabio – Ubaldini Editore, Roma.
  • Osho, La mente che mente, Feltrinelli, Milano.
  • Osho, L’amore nel tantra, Oscar mondando, Milano.
  • Puddicombe, A., Libera la mente, TEA Edizioni, Milano.

Note sull’Autore

Dott. Francesco Paolo Coppola

Psicologo, psicoterapeuta e avvocato. Con una formazione quadriennale in Gestalt, Analisi Transazionale ed Enneagramma sotto la guida del Prof. Antonio Ferrara, integra nel suo approccio clinico il metodo della mindfulness abbinato al sistema cognitivo comportamentale, utilizza oltre al fondamentale colloquio anche la meditazione e le pratiche di consapevolezza con la terapia cognitivo-comportamentale. Insegna e pratica yoga da diversi anni — apprendendo in particolare direttamente dal Maestro Namkhai Norbu e dallo Yoga Classico Indiano —, ponendo al centro del suo lavoro l’ascolto della singolarità irripetibile di ogni persona.

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