L’Inganno del Controllo e la Paura dell’Intimità: Dalla Torre dell’Evitamento alla Presenza Relazionale

L’Inganno del Controllo e la Paura dell’Intimità: Dalla Torre dell’Evitamento alla Presenza Relazionale

Chi vive una forte sofferenza emotiva o una paura dell’intimità può tendere a difendersi in modo rigido cerca spesso una soluzione mentale al proprio disagio. Cerca una tecnica, un esercizio o un metodo capace di “aggiustare” la mente, quasi fosse un meccanismo difettoso.

Ma la mente non è una macchina da riparare. La consapevolezza non è una tecnica: contiene in sé il senso di essere e l’intelligenza attraverso cui riconosciamo ciò che accade. È nella consapevolezza che pensieri, emozioni, impulsi, paure e altri movimenti psichici emergono e possono essere riconosciuti.

Per questo non possiamo trasformare la consapevolezza in un altro strumento con cui controllare noi stessi. Anche le tecniche più efficaci possono infatti incontrare il limite dell’artificiosità, soprattutto quando producono la sensazione di stare recitando una parte o alimentano la paura di mostrare la propria fragilità.

La funzione “geografica” dell’Io e il dramma pirandelliano

Per comprendere la nascita del sintomo occorre tornare all’origine. Da bambini, esposti allo sguardo e al giudizio dell’adulto, abbiamo sperimentato la vulnerabilità di non sentirci abbastanza. Per difenderci da quella fragilità, abbiamo iniziato a tracciare un recinto e a costruire un personaggio sulla base di confini già delineati dai genitori. L’Io ha una funzione “geografica”: abbiamo bisogno del limite, di un microcosmo, per non perderci nell’immensità dell’esistere.

È la grande intuizione che attraversa l’opera di Pirandello. L’uomo trascorre l’intera vita a costruirsi un’immagine per credersi Uno — un’identità solida, definita, sotto controllo — per poi scoprirsi frantumato nei Centomila riflessi degli sguardi altrui. E, per il terrore di scoprire che sotto quelle costruzioni c’è il vuoto, l’assenza di Sé, il Nessuno, si aggrappa con rabbia alla prima maschera che gli offre sicurezza, spesso appresa dal genitore.

Quel fragile fantoccio, che è stato la prima e fondamentale difesa contro la vertigine dell’esistenza, nell’età adulta può trasformarsi nella sua stessa prigione.

Paura dell’intimità: l’illusione della ricerca e la fuga dalla relazione

Ripetere gli stessi comportamenti in ogni relazione può dare la sensazione di essere perseguitati da uno strano destino: passare da un partner all’altro senza trovare mai l’uomo o la donna giusta, o meglio idealizzata, e proprio per questo non riuscire a costruire una relazione stabile e duratura.

È il caso, ad esempio, di “Raffaele”, che da anni cerca una compagna senza riuscire a fidanzarsi. Conosce molte donne, organizza feste, gite e occasioni di incontro, ma allo stesso tempo si mantiene accuratamente lontano da qualsiasi forma di vera intimità. Così la ricerca continua all’infinito, senza arrivare mai a un incontro capace di trasformarsi in una relazione.

A volte il desiderio d’amore finisce così per trasformarsi nella convinzione che una relazione sia quasi impossibile da raggiungere. Ogni volta che la persona che desideriamo non ci sceglie e trova qualcun altro, quella delusione può essere vissuta come la dimostrazione di “non essere abbastanza”: abbastanza interessanti, belli, simpatici, desiderabili o importanti.

In questi casi, il bisogno di essere scelti non riguarda più soltanto il desiderio di costruire una relazione. Diventa anche una prova del proprio valore personale. Ogni rifiuto sembra confermare l’idea di essere inadeguati, indesiderabili, incompleti o insufficienti come uomo o come donna. Si finisce così per diventare prigionieri di un’immagine negativa e idealizzata di sé: la convinzione profonda di essere, in qualche modo, “non OK”.

Quando questo accade, l’amore smette di essere un incontro sentimentale tra due persone e diventa una prova della propria capacità di attrarre, affascinare e sentirsi degni di essere scelti. La solitudine può allora essere vissuta come la conferma di un destino sfortunato, quasi fosse una condanna inevitabile.

Con il passare degli anni, soprattutto quando le relazioni desiderate non arrivano e la solitudine continua, questa convinzione può diventare sempre più dolorosa e difficile da sostenere. Ed è proprio qui che può nascere un paradosso: mentre si continua a cercare disperatamente l’amore, si sviluppa anche una fuga dall’intimità, perché ogni relazione reale espone al rischio di essere rifiutati, delusi o scoperti nella propria fragilità.

La radice d’infanzia: il vestito in vetrina

La svolta avviene quando si comprende che l’altro, spesso, c’entra solo in parte. Le difficoltà affettive possono avere radici molto più antiche e risalire all’infanzia, quando le relazioni disfunzionali tra le figure genitoriali, il loro modo di comunicare e i comportamenti osservati in famiglia possono contribuire alla formazione di blocchi e inibizioni nella sfera affettiva.

In questi casi, la relazione amorosa può apparire desiderabile ma, allo stesso tempo, irraggiungibile. È un po’ come guardare un bel vestito in vetrina senza riuscire a comprarlo: perché non si può entrare nel negozio, perché si pensa di non poterselo permettere o perché, nell’indecisione, qualcun altro lo ha acquistato prima.

Tornando al nostro esempio, Raffaele è un impiegato diligente, ordinato e dotato di buone capacità relazionali. È l’unico dei suoi fratelli ad avere un ruolo ordinario in un’azienda privata, mentre gli altri hanno raggiunto posizioni manageriali di alto livello.

Raffaele racconta di essere nato con l’uso del forcipe e che, secondo quanto gli è stato riferito, una manovra errata durante il parto avrebbe provocato la comparsa di un angioma cerebrale. Dopo le cure, il problema si sarebbe progressivamente ridotto fino a scomparire.

Per anni, tuttavia, la madre e il padre avrebbero riversato su di lui molte delle loro ansie legate alla sua salute. Pur essendo completamente guarito dall’angioma, Raffaele sembra aver interiorizzato quel clima di continua attenzione e preoccupazione. Oggi tende infatti a sentirsi facilmente invaso quando percepisce un avvicinamento troppo intenso o una forma di intimità eccessiva, che interrompe con gentilezza ma anche con grande prontezza.

Dalla torre inaccessibile al continuum di consapevolezza

L’altro smette allora di apparire inaccessibile, perché ci si accorge che quel meccanismo difensivo e quell’artificiosità non sono più necessari. Soprattutto, si scopre che possono allentarsi da soli, proprio come un serpente che scioglie naturalmente le proprie spire. Con il tempo, i pensieri automatici che alimentano il meccanismo perdono forza e lasciano sempre più spazio a una consapevolezza intuitiva, vera fonte di una liberazione spontanea.

Non è più necessario usare la relazione per confermare il proprio valore come uomo o come donna. Si può entrare in contatto con l’altro in modo più semplice, naturale e consapevole.

Si apre così la porta alla spontaneità, all’intimità e al confronto. Diventa possibile affrontare anche le inevitabili difficoltà di una relazione senza vivere ogni avvicinamento come una minaccia o un’invasione.

Riprendendo l’immagine precedente, si scopre che la porta del negozio non è mai stata murata. Non occorre ricorrere a strategie artificiali per superare un blocco che appartiene al passato. Si può finalmente entrare in relazione restando se stessi, con maggiore spontaneità e accettazione di sé.

In questo modo si diventa anche più accessibili all’altro, senza restare chiusi come una torre che permette soltanto visite brevi e occasionali, ma non una vera presenza.

La svolta clinica non passa dall’ennesimo tentativo di trovare una compagna, ma dal riconoscere che l’allarme che oggi si attiva di fronte all’amore può essere l’eco delle ansie vissute in famiglia e interiorizzate nel tempo.

La soluzione non consiste nel combattere quei pensieri, ma nel riconoscerli attraverso la consapevolezza. Raffaele impara così a osservare le ruminazioni mentali, quei continui rimugini che alimentano l’ansia e si frappongono a una risposta più intuitiva e spontanea. Quando quei pensieri vengono riconosciuti per ciò che sono, il meccanismo difensivo inceppato perde progressivamente forza e anche l’ansia può ridursi.

Questo processo viene sostenuto attraverso colloqui, meditazione, respirazione, tecniche di rilassamento profondo ed esercizi di yoga. Ma è importante anche spostare l’attenzione dal problema e tornare alla vita concreta: passeggiare, telefonare, coltivare relazioni amicali, restare presenti durante il lavoro e praticare, nel resto della giornata, un vero e proprio “continuum di consapevolezza”.

Attraverso la riduzione della tensione, Raffaele può riscoprire una condizione più spontanea e rilassata. Corpo e mente iniziano così a emanciparsi da quella sensazione di assedio che per anni ha alimentato il bisogno di difendersi.

La torre può allora smettere di essere una fortezza inaccessibile. E il vestito in vetrina — la possibilità di vivere un’intimità autentica senza la paura di sparire o di essere invaso — può finalmente essere indossato, per poi essere abbandonato nella spontaneità dell’essere se stesso.

Bibliografia Essenziale

  • Dalai Lama, Goleman, D., Emozioni distruttive, Oscar mondando, Milano.
  • Ferrara, A., Note sulla clinica e la Gestalt.
  • Goleman, D., Intelligenza emotiva, Corriere della Sera, Milano.
  • Goleman, D., La forza della meditazione, Rizzoli, Milano.
  • Molino, A. (a cura di), Psicoanalisi e buddismo, Raffaello Cortina Editore, Milano.
  • Namkhai Norbu, Lo specchio. Un consiglio sulla presenza e la consapevolezza, Edizioni Shang Shung, Arcidosso (GR).
  • Namkhai Norbu, Dzog Chen. Lo stato di autoperfezione, Astrolabio – Ubaldini Editore, Roma.
  • Nisargadatta Maharaj, Alla sorgente dell’essere, Il Saggiatore, Milano.
  • Nisargadatta Maharaj, Io sono Quello, Astrolabio – Ubaldini Editore, Roma.
  • Osho, La mente che mente, Feltrinelli, Milano.
  • Osho, L’amore nel tantra, Oscar mondando, Milano.
  • Puddicombe, A., Libera la mente, TEA Edizioni, Milano.

Note sull’Autore

Dott. Francesco Paolo Coppola

Psicologo, psicoterapeuta e avvocato. Con una formazione quadriennale in Gestalt, Analisi Transazionale ed Enneagramma sotto la guida del Prof. Antonio Ferrara, integra nel suo approccio clinico il metodo della mindfulness abbinato al sistema cognitivo comportamentale, utilizza oltre al fondamentale colloquio anche la meditazione e le pratiche di consapevolezza con la terapia cognitivo-comportamentale. Insegna e pratica yoga da diversi anni — apprendendo in particolare direttamente dal Maestro Namkhai Norbu e dallo Yoga Classico Indiano —, ponendo al centro del suo lavoro l’ascolto della singolarità irripetibile di ogni persona.

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Dott. Francesco Paolo Coppola

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